sabato 24 novembre 2012

INGENUITA'&ILLUSIONE, o di come in Italia piova sempre sul bagnato




[Premessa: immagino che molti mi rideranno in faccia: ma come, povera scema, lo scopri solo ora che in Italia funziona così? Però io, inguaribile fessa sognatrice, non mi ci volevo rassegnare del tutto alla dura realtà e mi illudevo che si trattasse (in parte) di leggende metropolitane. Ha ha ha.]

Più o meno un anno fa, di questi tempi non facevo che sentire di amici e conoscenti emigrati che riuscivano a rientrare in Italia. L'isofferenza per l'estero inospitale, la mai sopita nostalgia di casa, un paio di candidature spontanee mandate quasi per caso et voilà, nuovo lavoro (molto più fico che oltralpe), nuova vita. Basta cieli grigi, basta pioggia, basta caffè annacquato: dopo la gavetta all'estero, pareva si aprissero autostrade di possibilità al rientro in patria.
Così, esasperata da rifiuti e batoste rimediate pur cercando nell'El Dorado estero, sono tornata anche io in Italia nella 'piccola città' natia (sigh), immaginandomi (leggi: illudendomi) che sarei riuscita finalmente a trovare qualche cosa che valorizzasse gli sforzi delgi ultimi anni, quel lavoro vero che mi era negato e che, a me sembrava, trovassero tutti tranne me.

Povera folle, come avrebbe detto Rimbaud!

Dopo mesi, gli unici ad avermi ricontattata mi offrivano un lavoro come accalappiavecchiette-spillasoldi per cause umanitarie (ma questo l'ho già raccontato da un'altra parte ). E allora come mai mi sembrava di essere circondata da gente che, nonostante la crisi, aveva lavori entusiasmanti e di responsabilità, passava l'estate in giro fra Panama, Cuba e Copacabana, inondava Facebook di servizi fotografici dell'ultimo viaggio in Madagascar, twittawa dal VIP lounge del JFK o girava per l'aeroporto di Dubai come per il cortile di casa?

Tralascio momentaneamente chi ha studiato per una professione definita, che è comunque messo meglio di chi (come la sottoscritta) è laureata in sogni, illusioni, quisquilie e pinzillacchere: I medici curano pazienti, i veterinari curano animali, gli ingegneri fanno ponti e i fisioterapisti aggiustano ossa. Quindi ho iniziato a riconsiderare chi  fossero queste mie fantomatiche conoscenze dalla carriera favolosa e giramondo.

Guarda caso, gente che si è trascinata a prendere la laurea in economia mettendoci il doppio degli anni, uscita con voti mediocri, che però ora siede comodamente sulla poltrona del boss. Dove? Ma nello studio da commercialista del papi (o della mami, o di chicacchiovipare parente), ovviamente. Facile anche fare il giovane imprenditore rampante o la manager in tailleur di Armani quando hai le chiappette parate dall'azienda di famiglia e magari sei laureata in scienze delle merendine (ma in Bocconi ovviamente).

I giovani giurisperiti devono passare per le forche caudine della pratica e dell'esame di Stato, non ci piove. Ma, guarda caso, i figli di conti in banca a 6 zeri riempiono il curriculum con costosi LLM a Londra o in America, master e summer schools ad Harvard o alla LSE, pratiche in prestigiosi studi legali di grandi città, anzi magari la pratica non la fanno nemmeno perchè sopperiscono con (costose) scuole sostitutive. E' vero, parecchi lasciano il paesello alla volta di Roma o Milano per studiare in Cattolica o alla Luiss (e spassarsela nei locali di Corso Como o del Testaccio) ma poi, guarda caso, tornano all'ovile, che c'è già lo studio legale/notarile di babbo (o del cacacchiovipare famiglio di turno) con la poltroncina in caldo.

Poi arrivano gli emeriti sconosciuti emersi dal nulla che trovano (sempre per caso) lavori interessantissimi e di una certa responsabilità (pur avendo un età inferiore ai 50). Wow, ti dici, che bello, allora vedi che con tenacia, impegno e costanza i risultati arrivano? Per poi scoprire che l'emerito sconosciuto in questione è in odore di movimento ecclesiastico fin dalla culla. O magari no, ma pur essendosi sempre professato laico e social-liberale, all'università frequentava certi persone di quella tal altra associazione che, sai com'è, sono tutti amici fra di loro e se c'è da darsi una mano non si tirano mai indietro.

Con questo non voglio dire che tutto il meglio sia in mano ad una manica di imbecilli immanicati, assolutamente! C'è gente davvero in gamba che riesce a farsi strada nella giungla della vita, mollando tutto per seguire sogni ed obiettivi che parevano irrealizzabili, e ci riesce. Ma anche in questo caso, (troppo) spesso l'Italia non è un Paese per sognatori, soprattutto se squattrinati. Spesso chi riesce a trasformare la propria passione in un lavoro vero sono quelli che si sono potuti permettere costosi corsi di specializzazione e che hanno avuto la possibilità di investire tempo (e denaro, tanto denaro) nel raggiungimento dell'obiettivo.

Non voglio nemmeno dire che all'estero queste cose non succedano, scivolando in un'ottusa esterofilia per la quale tutto il male viene da casa nostra e al di là del confine è tutto rose e fiori. Tutto il Mondo è paese e sicuramente il figlio di un funzionario della Commissione Europea ha più possibilità e mezzi rispetto al figlio di un insegnante, anche nella democratica Europa. All'inizio magari entri perchè sei stato raccomandato, ma se non lavori bene ti rispediscono a casa senza tanti complimenti. Le lettere di presentazione vengono considerate se chi le scrive ti ha conosciuto in ambito professionale ed è comprovato, non perchè ti ha tenuto sulle ginocchia da piccolo in quanto amico di famiglia (che poi, questo è un discorso assurdo perchè a nessuno verrebbe in mente di farsi raccomandare da familiari e amici di famiglia).

Insomma, la mia impressione è che in Italia piova sempre sul bagnato. E allora tanto vale andare a bagnarsi ma per davvero sotto la pioggia del Nord Europa, dove di chi è tuo padre non gliene frega niente a nessuno, nè di che università hai fatto: se sei bravo e vali vai avanti, sennò è meglio che ti cerchi qualcosa d'altro.


[Postilla: facile direte, parlare così sull'onda dell'invidia per la bella vita degli ammanicati e/o figli di papà. A mia discolpa posso dire di essere anche io una privilegiata, figlia unica di una famiglia benestante che non mi ha mai fatto mancare nulla, al contrario. E, sicuramente, se fossi rimasta nella mia 'piccola città' natia mio padre o qualche suo amico mi avrebbero ben piazzata (come ho già tentato di raccontare). Ho scelto io di andarmene dove non avevo contatti e dove mio padre era un emerito sconosciuto: doppio fallimento, dato che mi ritrovo disoccupata e precaria...'acci miei.
Infine, so benissimo che non si dovrebbe guardare quello che fanno gli altri, ma vivendo nell'era di Facebook e Twitter, è quasi impossibile non sbatterci contro quotidianamente. E le foto delle assolate spiagge tropicali, credetemi, risaltano parecchio sulle home pages.]

venerdì 23 novembre 2012

ERASMUS docet: di stereotipi, leggende metropolitane e falsi miti


Il paradiso è un poliziotto inglese, un cuoco francese, un meccanico tedesco, un amante italiano: il tutto organizzato dagli svizzeri. 
L'inferno è un cuoco inglese, un meccanico francese, un poliziotto tedesco, un amante svizzero e l'organizzazione affidata agli italiani.


Questa vecchia  storiella l'abbiamo vista circolare centinaia di volte.
Ma è davvero così?
In base alla mia personale esperienza (in Erasmus e rinforzata dai vagabondaggi successivi) ho provato a stilare un mio elenco personale di stereotipi, preconcetti, leggende metropolitane e falsi miti sulle varie nazionalità, Europee e non.
In tono assolutamente bonario, per cui speriamo che non si offenda nessuno.

I francesi sono antipatici e se la tirano un casino.
Diciamo che i nostri cugini d'Oltralpe non riscuotono grandi simpatie. Poverini però, non è colpa nostra (nè loro) se abbiamo gli stessi punti forti: cibo, alta moda, cultura, bellezze naturali. La bouillabaisse eterna rivale del caciucco, Dior contro Armani, Tour Eiffel o Colosseo, la Provenza batte la Toscana? La risposta è, ça va sans dire, ovvia: siamo meglio noi. Ma loro sono convinti del contrario*. Io ho avuto la (s)fortuna di sbarcare in Francia pochi mesi dopo la finale dei mondiali 2006, quando la tensione era ancora papabile. E per iniziare col piede giusto, ho ben pensato di fornirmi del portachiavi giusto: Champion du monde, ovviamente in francese. 

Gli inglesi mangiano solo schifezze.
E' vero, ho visto con questi miei occhi delle ragazze scozzesi mangiare (proseguire la lettura solo se NON si è deboli di stomaco) spaghetti scotti conditi con ketchup e emmenthal grattugiato. Però ci sono anche le eccezioni: le mie amiche inglesi dell'Erasmus cucinavano davvero bene, e mi hanno insegnato ottime ricette come la carrot&coriander soup, il curry (a detta della mia amica Emma, è il piatto nazionale britannico), lo stufato di verdure, la shepherd's pie e il cauliflower cheese. Ahimè, il loro peggior difetto ai fornelli è pensare che l'equazione di più=più buono sia una verità rivelata. La mia amica Laura, entusiasta del risotto che le avevo insegnato a fare, per farmi vedere come aveva imparato bene me ne ha propinato uno con funghi, peperoni, piselli, salsiccia, pancetta, panna e gorgonzola. Ah, c'era anche del riso. 

I tedeschi sono maniacalmente ordinati e precisi.
E' vero, ed è per questo che li amo. Ma soprattutto, questo NON è un difetto! :-D

Gli spagnoli sono sempre de fiesta.
E' vero, tutti gli spagnoli che ho conosciuto, con pochissime eccezioni, sanno come divertirsi. E alla grande.
Sono anche parecchio rumorosi, perchè di solito si muovono in massa (non solo loro), gli piace ridere tanto e parlare ad alta voce (ci ricorda qualcuno?!) ed hanno una lingua che si presta intrinsecamente a generare decibel di rumore (ho detto spagnoli, non italiani!). Dov'è la fregatura? Che, se non parli spagnolo, difficilmente riuscirai a comunicare con loro (e quindi ad essere incluso nei loro festoni galattici). Ecco perchè il 99,9% degli italiani torna dall'erasmus che pala perfettamente spagnolo, non importa se sia stato a Utrecht, Turku, Uppsala o Lipsia.

Gli scandinavi sono tutti biondi con gli occhi azzurri.
Non proprio: ho conosciuto una ragazza finlandese coi capelli castani e gli occhi scuri. Suo padre è egiziano.
E una ragazza svedese castana con gli occhi grigi. Suo padre è greco.

Gli italiani sono i più pulizia-maniaci.
E qui, non volendo davvero offendere nessuno (dare del lurido zozzone a qualcuno è difficilmente interpretabile in tono bonario), mi limiterò ad un elenco al contrario, ovvero cosa noi italiani NON faremmo mai. Gli altri, ovviamente, lo fanno (anche qui sono testimone oculare). Di nuovo, chi è debole di stomaco può esimersi dal proseguire.
NON giriamo scalzi in cucina di domenica, dopo che venerdì e sabato sera c'è stata l'Apocalisse e 3/4 dell'alcol/cibo della festa è ancora lì vivo e vegeto sul pavimento. Soprattutto, poi NON ci infiliamo nel letto senza esserci prima disinfettati i piedi con l'acido muriatico.
NON affettiamo il pane e le verdure direttamente sul tavolo comune di un piano dove vivono 20 persone o, comunque, non prima di averlo disinfestato col napalm.
NON giriamo scalzi per le docce e gli spogliatoi delle piscine coperte.
NON teniamo lo stesso paio di mutande per 4 giorni di fila.
NON pensiamo che lo scopino del cesso sia lì solo per bellezza.
NON mettiamo il pane direttamente sul rullo della cassa al supermercato senza alcuna ombra di sacchetto, nè ce lo portiamo in giro sotto le ascelle.
NON mangiamo patate e carote con la buccia (e se proprio le laviamo prima).
NON ci togliamo le scarpe a lezione, laciando che i nostri piedi (rigorosamente scalzi, estate e inverno) espandano il proprio effluvio pestilenziale nel raggio di mezzo kilometro.
NON dimentichiamo pentole sporche in cucina per settimane affinchè ci cresca dentro un vivaio di muffa.
NON pensiamo che i capelli intasati nel lavandino e nella doccia si scioglieranno magicamente da soli.
NON pensiamo che il bagno si autopulisca da solo, nemmeno se aspettiamo un mese. Soprattutto se lo usiamo in quattro tutti i giorni.

Ce ne sono tante altre, di leggende metropolitane più o meno vere. Gli irlandesi bevono letteralmente come spugne, ma sono in tanti a contendergli il primato, dai tedeschi agli inglesi, dagli italiani (eh sì...) ai polacchi. Gli austriaci non li considera mai nessuno perchè pensano che siano tedeschi. Come per i belgi, che o sono francesi o sono olandesi. I portoghesi sono schivi e si manifestano poco, ma quando li scovi riservano piacevolissime sorprese (soprattutto i rappresentanti maschili). I polacchi non amano i tedeschi per ragioni ataviche di rivalità belliche; non amano i russi per lo stesso motivo; non amano gli altri Paesi dell'Est perchè troppo simili a loro; non amano quelli dell'Europa Occidentale perchè non sono abbastanza simili a loro, insomma gli stanno tutti antipatici. E via dicendo.

Però, è anche questo il bello della multiculturalità e del vivere assieme: si assimilano pregi e difetti, ci si osserva con occhio disincantato, si apprezza quello che si ha e si migliora quello che non si ha. Si impara a conoscere sè stessi dal confronto/incontro/scontro con gli altri.
 Grazie Erasmus, per aver fatto dell'Europa un grande cortile dove ci si incontra per giocare, spettegolare, rincorrersi, innamorarsi, farsi i dispetti con gli altri, siano questi i vicini del piano di sopra o del palazzo dirimpetto, i francesi d'oltralpe o gli spagnoli della sponda opposta del Mediterraneo.



 

 

*I francesi non mi sono simpaticissimi, è vero. Ciò non toglie che la Francia sia un Paese bellissimo, che io sia ghiotta di galettes de blé, pains au chocolat e iles flottantes, che sia innamorata della Costa Azzurra, che adori parlare (e ascoltare) il francese, che abbia passato una delle più belle vacanze della mia vita in Normandia e Bretagna.

mercoledì 14 novembre 2012

ERASMUS, apologia del


Ultimamente non si fa che parlare di Erasmus (in realtà, Erasmo da Rotterdam fa solo da prestanome, anche perchè il vero nome di Erasmus è EuRopean Community Action Scheme for the Mobility of University Students. Io poi, che di filosofia sono sempre stata ignoranterrima, sto Erasmo non so nemmeno chi fosse. Ma mi sta simpatico).
Proprio quest'anno che il progetto compie 25 anni, non si sa se avrà ancora lunga vita causa crisi. Vabbè, anche Erasmus si deve adattare, noi altri non sappiamo nemmeno dove-come-quando-cosa faremo/saremo da qui a un mese, anche lui, che si adegui ai tempi, eccheccavolo!
Però, peccato.
Se c'è un periodo della mia vita che ricorderò sempre con struggente nostalgia, come una specie di età dell'oro, l'Arcadia della mia giovinezza, sono i mesi passati in Erasmus.
L'Erasmus, chi non lo ha fatto, non può capire del tutto che cosa sia. Ma chi c'è stato, lo riconosci subito a naso. E quando gli/le nomini la parolina magica, Erasmus, gli occhi gli/le vengono attraversati da un inconfondibile luccichio.
Però vorrei sfatare un paio di miti:

a) l'Erasmus non sono sempre tutte rose e fiori
b) non è (del tutto) vero che si cazzeggia e basta.

Io in Erasmus sono stata in Francia: non nella scintillante Parigi, nè nella deliziosa Strasburgo o nella calorosa Nizza. Sono stata a Grenoble, una città piccola, brutta, sporchina, incuneata fra le montagne, senza particolari attrazioni se non la vicinanza alle piste da sci delle Deux Alpes. Tutte cose che avevo già anche in Italia, grazie.
Quando sono sbarcata a Grenoble, non sapevo dire una parola in croce in francese, se non 'Sono italiana e non parlo francese'. Voilà tous.
Non partivo assieme a nessuno che conoscessi, e la mia dimora per tutti quei 9 lunghi mesi è stata un bugigattolo in residenza universitaria, grande 5 metri quadri, bagno incluso, che doveva contenere libri, cibo, pentole e padellame per cucinare (ogni piano aveva una cucina comune, dove però non era possibile conservare nulla), vestiti, valige, foto ricordo, un letto e, en passant, anche me.
Quando la mia ex coinquilina è venuta a trovarmi, è rimasta shockata da come riuscissi a farci stare tutto (noi che a Milano condividevamo un appartamento da 100 mq). In inverno ci tenevo anche l'attrezzatura da sci. Completa.
Insomma, all'inizio è stata parecchio dura destreggiarsi, con la burocrazia universitaria e dell'alloggio. Soprattutto non parlando una virgola della lingua locale, ed essendo in un Paese dove la conoscenza di altre lingue al di fuori del francese non è nemmeno contemplata. Poi però mi sono iscritta a un corso super-intensivo di francese (organizzato dall'università e totalmente gratuito) e, nel giro di un paio di mesi, riuscivo a comunicare. A fine anno ero passata da un livello 0 assoluto di francese ad un C2.
Superato l'iniziale smarrimento, nel giro di poche settimane ho conosciuto un sacco di gente (anche italiani, ovviamente. Ma non è mica peccato mortale fare amicizia coi connazionali!), da tutta Europa e oltre. Per tutto il primo semestre avevo una 'cooking family' con cui mi ritrovavo per cenare e cucinare assieme a turno, 6 giorni su 7. Eravamo io, due ragazze inglesi e tre ragazzi tedeschi: era bellissimo, e mi faceva sentire di meno la mancanza delle mie (ex) super coinquiline e dei miei amici lontani. Nello studentato vivevano centinaia di studenti, francesi, europei e non. Il mio gruppo di amici comprendeva tedeschi, inglesi, americani, canadesi, messicani, giapponesi e un dolcissimo ragazzo cinese, che cucinava piatti deliziosi con i bastoncini e rimaneva sempre incantato a sentirci parlare di noi e dei nostri Paesi europei.

Le feste, lo ammetto, non mancavano. Dopo la prima settimana, passata praticamente in stato di ebrezza comatosa 24h/24, ho realizzato che io e il mio fegato non avremmo mai retto 9 mesi così. Allora ho limitato le uscite a 6 giorni su 7, tenendomi la domenica per totale relax e disintossicazione.
E' vero, in Erasmus si esce tanto (soprattutto in una città piccola come Grenoble, dove uscire non costa un rene e si organizzano sempre tantissime feste 'casalinghe', sul campus o in appartamento). Ma abbiamo anche fatto gli esami, e studiato per i medesimi. Io poi, siccome la mia università era 'un po'rigida' sui piani di studio e non mi permetteva di fare tutti gli esami all'estero, ho dovuto preparare anche quelli 'normali' da non frequantante, così in novembre, dicembre e primavera sono tornata a darli alla mia università a Milano. 

Non sono mancati i momenti di sconforto e nostalgia, per quella vita 'normale' e tranquilla che avevo lasciato in Italia, per gli amici che lì c'erano sempre e comunque, per quel calore familiare che c'era tornando in una vera casa, con delle coinquiline/sorelle, e non in un bugigattolo da 5mq. Io poi l'Erasmus l'ho fatto all'ultimo anno di università, per cui sapevo che, al ritorno, non avrei ripreso la mia spensierata vita universitaria, ma avrei dovuto sbattermi per finire tutto al più presto ed ottenere quel maledetto pezzo di carta che chiamano laurea, e diventare grande.

L'Erasmus te lo porti dentro tutta la vita. Lo ricordo come se fosse ieri: quando si sono chiuse le porte a vetri del treno che mi riportava per sempre in Italia, è come se mi si fosse spezzato qualcosa nel petto. Per un attimo mi è mancato il respiro, poi hanno iniziato a scendermi silenziose le lacrime.

L'Erasmus è stato un'importantissima scuola, di vita e di mondo. Conoscendo gli altri, impari a conoscere te stesso. Pur con i suoi alti e bassi, le delusioni e le ammaccature, lo rifarei domani. Ed è un vero peccato se adesso non ci saranno più i soldi per permettere ad altri studenti di farlo.

sabato 10 novembre 2012

PICCOLA CITTA', o della necessità dell'evasione e della bellezza dell'incontro

Piccola città, bastardo posto,
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi 
mi spinse via... (F. Guccini)

 Io di mesi ce ne ho messi un po'di più (per l'esattezza duecentoventitrè), a spingermi via, ma queste parole del grande Guccini mi ritornano sempre alla mente quando penso alla mia 'piccola città bastardo posto'. Vengo da una cittadina di provincia, che a me sembra un villaggione ma è pur sempre una città (Wikipedia dice che facciamo più di 100.000 abitanti!).
Ho sempre aspirato ad andarmene, da questo guscio.
Fin dall'ultimo anno del liceo, in cui contavo i giorni alla fine, sapevo che me ne sarei andata. Non sapevo dove e a far che, ma ero sicura che non sarebbe stato a casa. 'Purtroppo', la mia città natale ha un'ottima università pubblica, a detta una delle migliori in Italia. Soprattutto, ha un sacco di soldi e relazioni con l'estero. Per fortuna, i miei genitori hanno capito il mio bisogno di evasione, e mi hanno permesso di andare a studiare altrove: sono una privilegiata.

Essere catapultata dalla profonda provincia a una metropoli come Milano a 18 anni è stato forse il mio più grande shock culturale. E meno male.
Per la prima volta mi trovavo a vivere in una Città vera, dove in 10 minuti non facevi a piedi nemmeno due fermate di metro. E poi sono venuta a contatto con l'Italia, tutto il resto della penisola oltre i miei confini regionali: accenti, modi di dire, atteggiamenti, stili diversi. Dopo il primo anno di università, il mio cerchio di amicizie andava dalla Sardegna al Friuli, dalle Marche alla Sicilia. Legami che si sono consolidati nel tempo, nella convivenza, nel coinquilinaggio, nel condividere sogni e speranze da studenti, tanto che ancora oggi, a distanza di una decade, le persona conosciute negli anni dell'università a Milano sono ancora tra le mie amiche più care.

Poi, dall'Italia sono passata all'Europa e al mondo.
Ho avuto (di nuovo, che culo!) l'immensa fortuna di fare l'erasmus in una città vivacissima dal punto di vista studentesco. Oltre a tansissime università, a Grenoble c'è un rinomato centro per l'insegnamento del francese agli stranieri. E così, il mio è stato davvero un erasmus globale a 360°: oltre ad inglesi, tedeschi, spagnoli, francesi e finlandesi, ho stretto amicizie bellissime con americani, giapponesi, messicani, canadesi ed un ragazzo cinese. Tanti di loro li ho rivisti e siamo tutt'ora in contatto.

Insomma, andandomene via dal mio 'bastardo posto' a 18 anni, ho scoperto che il mondo è grande, vario e bello, soprattutto perchè è vario.
Mica scontato.
Tanta gente che conosco qui, nella mia città natale, non ha mai messo il naso fuori dall'uscio di casa, non per mancanza di possibilità, ma semplicemente perchè sta bene dove sta ed è convinta che questo sia il posto migliore del mondo. E allora, perchè sbattersi tanto ad andare in giro? Chi me lo fa fare di conoscere altra gente quando sto così bene con gli amichetti che ho conosciuto all'asilo, mi sono fidanzanta con il compagno di banco del liceo e le vacanze le passo nella casa di montagna dei nonni? Perchè imparare a cucinare il pad thai quando tutto il mondo ci invidia gli spaghetti al pomodoro e, se proprio devo andare fuori a cena, non c'è niente di meglio di una pizza?
Ne conosco parecchi  che la pensano così, che non hanno capito la mia scelta di andarmene a 18 anni e di non voler tornare.
Mi hanno definita snob e borghese per aver abbandonato la cara provincia per andare a Milano.
Mi hanno presa in giro perchè tornavo importando modi di dire e cadenze decisamente 'terrone' (ahimè, sì, con mio grande rammarico sono del nord).
Mi hanno guardata storta perchè alla polenta e funghi preferisco di gran lunga un biryani di agnello, odio le mele ma amo manghi e papaye, e allo strudel preferisco la tarte au citron meringuée.
Mi guardano storta perchè penso che la regione più bella d'Italia non sia la mia ma la Toscana, e perchè preferirei vivere a Roma che nella 'piccola città'.
Ora che, dopo tanto vagabondare, sono ferma all'ovile senza arte nè parte, pensano che sia la mia 'punizione' per essermene andata: cosa ci ho guadagnato? Se fossi rimasta qui, nella ricca, tranquilla ed accogliente 'piccola città', ora un posto da impiegata sicuramente lo avresti. Figurati se i contatti familiari non ti avrebbero trovato un posto da qualche parte.
Ci ho pensato, lo ammetto, in quesi mesi di crisi e di immobilità forzata e forzosa.
E se ricominciassi daccapo dove avevo interrotto tutto dieci anni fa?
Peccato che, se fossi rimasta qui, sarei rimasta cristallizzata per sempre nella figura che ero al liceo, etichettata a vita per quella ragazzina timida e un po'sfigata che ero. Non avrei avuto la possibilità di mettermi alla prova e capire cosa voglia dire essere soli con sè stessi e ricominciare daccapo, senza poter contare su altri che su di me. Avrei continuato a credere che non ci fosse posto migliore di quello in cui stavo, e mi sarei accontantata di quello che avevo.
Se c'è una cosa che credo di aver capito, e di cui sono fermamente convinta, è che il mondo lì fuori meriti di essere conosciuto, sempre e comunque. Quello che mi auguro per la mia vita futura, ovunque sarò, è di poter coltivare sempre la curiosità di conoscere l'altro e l'altrove, come ho fatto finora.



Nessun uomo è un'isola

Nessun uomo è un'isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una zolla viene portata via dall'onda del mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un promontorio fosse stato al suo posto,
o una magione amica o la tua stessa casa.
Ogni morte d'uomo mi diminusce,
perchè io partecipo all'Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana:
Essa suona per te.

John Donne

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