sabato 29 dicembre 2012

ANNO NUOVO...VITA NUOVA?!


Da anni ormai, allo scattare del nuovo anno, ho l'abitudine di compilare una lista di buoni propositi per i prossimi 12 mesi. Si tratta di un mix di cose più o meno concrete, che vanno dall'immancabile 'riprendere a guidare' ad 'avere più facciatosta nelle occasioni XY o con la persona YZ'. Prima controllo la lista dell'anno precedente, per vedere cosa ho realizzato e cosa no, e in caso re-inserisco lo stesso proposito per l'anno a venire.
Inutile dire che il 90% dei propositi viene puntualmente riscritto, leggermente modificato nella forma ma identico nel contenuto.
Quest'anno però mi sono detta che è inutile avere foglietti carini sprizzanti positività e buone intenzioni se, puntualmente, a partire dal 2 gennaio tali foglietti finiscono in fondo ad un cassetto per i seguenti 365 giorni e chi s'è visto s'è visto. Tanto, basta riscriverli l'anno dopo spostando le virgole. 
Stavolta NO. 
Alla fine di quest'anno, così particolare per me, non voglio più fare la lista della spesa dimenticata, basta prendermi in giro e sentirmi a posto con la coscienza solo per aver scritto quattro minchiate su un foglio.
Il mio unico proposito per il 2013 sarà di non lamentarmi più. Basta piangermi addosso, basta pensare di essere da meno perchè quell'altro ha qualche cosa di più, basta cercare scuse per autogiustificarmi, basta.
Una delle cose che ho messo meglio a fuoco durante questi mesi di stallo, di ritorno alla piccola città, è di quanto sia spiacevole essere circondati da persone che si lamentano sempre. Perchè, alla fin fine, tutti ci lamentiamo per qualche cosa, così come ci sarà sempre qualcuno che ci invidia qualche cosa che noi abbiamo e lui no.

Ho iniziato a pensarci su da quando me l'ha fatto notare la mia saggia amica Esse, quest'estate, mentre le raccontavo della mia conoscente Bur. Bur mi ha sempre dato sui nervi perchè si lamenta di cose che, personalmente, farei carte false per avere: un lavoro impegnativo ma appagante e ben retribuito, in linea con i suoi studi; viaggi frequenti; mille flirts; tanti amici e vita sociale attivissima; vacanze avventurose in località esotiche. Non sono mai riuscita a capire come Bur potesse essere così sfacciatamente insoddisfatta della sua vita, ai miei occhi piena ed appagante. Allora la saggia Esse mi ha fatto capire che, forse, tutte quelle cose che a me sembravano fondamentali, per Bur non avevano lo stesso valore che gli attiribuivo io.
E' sempre questione di prospettive.

Sono sicura che la stessa cosa vale per me. Io, che da mesi mi lamento e imbruttisco per essere disoccupata, per aver messo in stand-by la mia vita eccetera. Ma, sotto tanti punti di vista, sono una privilegiata: sono in perfetta salute così come i miei famigliari; grazie ai miei genitori ho un tetto sotto cui stare e una casa che mi accoglie ancora; ho degli amici, pochi ma buoni, che mi vogliono bene. Sicuramente qualcuno penserà che, anzi, sono una str**za ingrata per continuare a menarla in questo modo: io che ho ed ho sempre avuto questo e quello, fatto quest'altro, viaggiato, vissuto, conosciuto, sperimentato.

Ecco quindi che il mio proposito per il 2013 è di non lamentarmi più, ma di saper riconoscere con maggiore onestà quanto di buono ho fatto e posso ancora fare. E cercare almeno un lato positivo in quello che mi succede. Lungi da me il voler diventare una novella Pollyanna (mi ha sempre fatto prudere le mani) ma, come mi sono resa conto che le persone lamentevoli e catastrofiche non sono una compagnia piacevole, e alla lunga finiscono per rimanere isolate, così voglio impegnarmi per non diventare quel tipo di persona.Lungi da me buonismi stucchevoli e melensi, ma da questa mia condizione precaria qualche cosa di buono ne è venuta fuori:

ho ridato un nuovo valore ai legami familiari e alle amicizie.

Ho ridimensionato i rapporti con le persone: chi c'è fisicamente  e lo vedi ogni settimana non è detto che sia più presente di chi invece è a kilometri di distanza e non vedi per mesi.

Ho ritrovato la voglia di scrivere ed ho provato soddisfazione e orgoglio vedendo persone sconosciute apprezzare i miei articoli e condividerli su Facebook.

Non ho passato un concorso, ma grazie a lui  ho riscoperto l'amore e la ricchezza della cultura letteraria, cinematografica e storico-artistica italiana.

Ho realizzato il sogno a lungo sopito di fare teatro.

Ho imparato ad impastare il pane.

Sulle note finali del 2012 che se ne va, quello che mi sento di augurare, in primis a me stessa, è di non avere la presunzione di credere di essere arrivati, mai, ma di andare avanti e migliorarsi sempre, passo dopo passo, giorno dopo giorno. Apprezzare quello che si ha, molto o poco che sia. Non giudicare gli altri secondo i nostri parametri, ma essere sempre e comunque orgogliosi di ciò che si è e di come lo si è diventati.

Ti aspetto, 2013. Fatti sotto.

sabato 22 dicembre 2012

C'ERA UNA VOLTA MA ORA NON C'E' PIU', o di come sia stata fregata da cartoni, principesse e affini



Nonostantemi ogni volta mi ri-proponga di rimanere coi piedi per terra, nonostante peperoncini, scongiuri e riti scaramantici, le dis-illusioni arrivano, puntuali, immancabilmente.
Il problema è che mi faccio sempre troppi film a lieto fine.
Nonostante sia ormai cresciutella e sappia benissimo che la vita non è tutta rose e fiori, in fondo in fondo in fondo, inconfessabilmente, ci spero sempre, che sia arrivato il momento della svolta, del riscatto, dell'happy ending. 

Sono stata fregata dalle favole.

Fin dalla più tenera infanzia, sono venuta su a pane e cartoni animati. Vedere i cartoni non era solo un passatempo, ma un'immedesimazione totale, una fuga in un mondo parallelo. Se ormai i tempi erano un po'troppo moderni per diventare una novella Lady Oscar (mio indiscusso mito), da bambina sognavo poteri magici che mi avrebbero trasformata come Creamy, di essere una principessa guerriera stile Sailor Moon, una strega come Ransie o la magica Emy. I personaggi maschili poi erano i miei 'uomini ideali': all'asilo ero follemente innamorata di D'Artagnan, alle elementari mi barcamenavo fra Terence e Syrio il Dragone (non mi piacciono i capelloni scuri, no no). Nei pomeriggi in cortile con le mie amichette imitavamo sempre i nostri personaggi preferiti: se giocavamo a pallavolo eravamo Mila, Nami e Kaori, se cantavamo eravamo Jem e le Hologram (mamma mea, rivedendolo adesso è davvero trashissimo), con legnetti e nastri diventavamo Hillary la ginnasta. Anche i valori di spirito di sacrifico e abnegazione totale ad ideali superiori (chi non ricorda le catene ai polsi di Mimì Ayuara, Julian Ross che stramazza al suolo, Maya che si prende un accidente, Mark Lenders, ?!), che i cartoni giapponesi di quegli anni esaltavano fino all'inverosimile, ci parevano normali ed accettabili in vista del fine supremo (quella però l'ho capita da subito, che non ne valeva la pena di sfracellarsi a terra per vincere il torneo di pallavolo della scuola. Infatti la mia squadra arrivò penultima, ma con le ginocchia intere). Insomma, se non mi fosse caduta la bacchetta magica dal cielo (cosa che, peraltro, speravo sempre), credevo che, impegnandomi (e spaccandomi i polsi), sarei comunque riuscita nei miei obiettivi (quali che fossero, i miei obiettivi, a 8 anni ancora non lo sapevo, ma vabbè, questi sono dettagli).

Anche le principesse Disney ci hanno messo pesantemente del loro a incentivare la mia fantasia malata. Da piccola ero fermamente convinta che, al compimento del 16° anno di età, sarei automaticamente diventata bellissima ed avrei trovato il principe azzurro. Anzitutto, agli sceneggiatori della Disney dovrebbero fargli causa migliaia di adolescenti, perchè è notorio che nessuna sedicenne normale ha la pelle di pesca di Biancaneve, il vitino da vespa di Ariel, le tettone di Belle, i capelli perfetti di Aurora e i labbroni di Pocahontas. Ai miei tempi, il 95% delle adolescenti (le eccezioni ahimè ci sono sempre, ma io non ci rientro mai) avevai i capelli crespi, brufoli, sopracciglia a gabbiano, era piatta come una tavola e quelle sopra la terza sicuramente non avevano il vitino di Ariel, ma il girovita di Ursula in versione strega del mare.
La mia preferita  fra queste diaboliche creature era, manco a dirlo, Aurora, la Bella Addormentata. E già il nome la dice tutta: una che fa la figa e dorme. Davvero un bell'esempio. Nasce ricca e unica erede, al battesimo invece dei soliti (orribili) ciodoletti d'oro le regalano fascino e figaggine, cazzeggia indisturbata fino ai 16 anni poi, dalla mattina alla sera, trova l'uomo perfetto (bello, ricco, giovane e che va bene alla famiglia) dietro l'angolo. Mentre lei dorme della grossa, gli altri si sbattono per salvare il mondo e, solo quando ormai è tutto sistemato, viene comodamente svegliata dal principe (e non da sua madre che, alle 6.45 del mattino, le urla 'Sono le setteemezzaseinritardo!') e vive per sempre felice e contenta.
Mavaffanc**o.

Insomma, la mia fervida mente infantile si è sempre nutrita di storie a lieto fine. Le mie eroine dei cartoni giapponesi (quelle 'normali', ai poteri magici dopo un po'ci sono arrivata, che non li avrei avuti), dopo infinite peripezie riuscivano sempre nei loro intenti, che fosse andare alle Olimpiadi o sposare Mirko dei Bee-Hive. Con l'impegno (o con una gran botta di c**o), finiva sempre tutto bene.
Ma nella vita non va così, non finisce sempre tutto bene. Anzi, quasi mai. E anche se ti impegni e ti fai (metaforicamente) sanguinare i polsi, è più facile che sbuchi qualcuno all'improvviso e ti freghi il posto, piuttosto che tu vinca l'Olimpiade. E rimani come prima, con in più lo scoraggiamento per l'ennesimo buco nell'acqua e i segni delle catene ai polsi, inutilmente.
Per non parlare delle favole, dove chi principessa non nasceva, lo diventava sposando il principe azzurro. Così cresci pensando che i principi azzurri si trovino al mercato (ma soprattutto che esistano!!), che a 16 anni diventerai comunque bellissima e ammirata, che con un minimo sbattimento (a volte manco quello, basta che vai a dormire) ti sistemerai coi fiocchi per il resto della tua vita.

Ma che poi, qualcuno ha mai visto una Principessa che cerca lavoro?? 


mercoledì 12 dicembre 2012

L'AFRICA parte II, o dell'approdo nel Nuovo Mondo


Come ho già avuto modo di raccontare, quando sono partita per l'Africa, in quel lontano agosto 2005, ero in crisi nera e cercavo una non ben definita forma di illuminazione. Volevo staccare da tutti i problemi che mi ero lasciata indietro, e speravo che il viaggio in un mondo completamente diverso dal mio mi facesse magicamente guarire dal mio male di vivere.

Mettere piede in Africa è come sbarcare su un altro pianeta. Abituata al solo orizzonte 'occidentale', vieni completamente travolta. Ma andiamo per gradi. Dopo un allucinante viaggio di dodici ore, io e le mie compagne (in tutto cinque ragazze, fra i 19 e i 22 anni) siamo sbarcate all'aeroporto di Entebbe, in Uganda, dove ad accoglierci c'era quello che sarebbe stato il nostro baba, la nostra guida/papà/mentore per tutta la durata del viaggio, il mitico Valerio. Uno che, a vederlo, non ci daresti una lira bucata. Pare un vagabondo mezzo matto, abbronzato e vestito con le cose più assurde, con una borsa di pezza a tracolla che gira per mezza Africa in infradito (ricavati dai pneumatici delle gomme abbandonate) su una motocicletta degli anni Venti.
In realtà è un frate che da 30 anni vive in Africa, una delle persone più straordinarie che abbia mai incontrato, di quelle che rendono il mondo migliore e, se davvero la chiesa fosse come lui, sarebbero tutti credenti.
Dopo aver passato la notte a Kampal, mezzo insonne per l'agitazione e l'emozione di essere finalmente in Africa, al mattino seguente di buon ora ci siamo imbarcati su un dala-dala, un pullmino, che ci avrebbe portate verso la nostra destinazione finale, Bukoba, una cittadina affacciata sul lago Vittoria in Tanzania. Tralascio i dettagli del viaggio allucinante: dieci ore sulle 'non proprio asfaltate' strade africane, ballonzolando a ogni buca (cioè sempre), caldo, stanchezza e tre cambi di mezzi, l'ultimo dei quali un mini-van da dieci posti in cui saremmo stati almeno in 30 (più la capra legata sul tetto).


[Per darvi un'idea, vedi reperto fotografico qui a fianco: io sono quella cosa in azzurro incastrata sotto l'ascella del signore in camicia rosa.]

Alla fine dell'odissea, dopo aver passato il Nilo e l'Equatore, siamo arrivate alla Missione che ci avrebbe ospitate per buona parte del nostro soggiorno africano. In realtà si trattava di un paio di edifici molto semplici, in calce e col tetto di lamiera dietro alla chiesa, ad un paio di kilometri dal centro di Bukoba, in mezzo alla 'campagna' africana. Dopo il caos e lo stordimento del viaggio, ubriache di Africa ad appena 24 ore dal nostro arrivo, ci sembrava di essere approdate nel Giardino dell'Eden.

Dal mio diario africano, data 30 luglio 2005:
Finalmente!! Qui è stupendo, la missione è meravigliosa, ho mangiato passiflora, avocado e papaya direttamente dall'albero, che meraviglia, che sapore, anche la marmellata di limoni e il caffè solubile fatto da loro (NB, il cibo ha sempre un'importanza fondamentale nelle mie esperienze di vita), per strada banane cotte buonissime, altro che in Europa, i bambini ce le vendevano nei villaggi quando passavamo in pullman, ogni sosta circondate da gente!! Tutti ci guardavano un po'strano, che storie essere noi così diverse! E poi il panorama, la terra rossissima, alberi verdi verdi, banani, plame, papiri a non finire, fiori viola, rossi e gialli accesi, l'odore della pelle dei neri così intenso e penetrante, i colori vivaci dei vistosi abiti femminili, bellissimi bambini cioccolato. Tutto è emozionante, tutto è così strano, bello, non mi rendo conto di essere dall'altra parte del mondo, è come se stessi vivendo in un documentario, la savana, la foresta, la gente...tutti che si affrettano in giro, il suono dello swahili che stordisce, i colori, i sorrisi, gli sguardi, un'altra realtà, un mondo che sai che esiste solo perchè te l'hanno detto, ma che non ci credi davvero finchè non lo vivi da dentro. [...] e poi vedere la valle, il lago, il verde, il cielo sconfinato, è strano, è l'Africa, ma non è in una scatola TV, è qui, davanti a me, intorno a me, forse è già un po'dentro di me...il suono dei bonghi si diffonde nell'aria, ed è come vivere in una cartolina, ma stavolta è tutto vero...anche i gechi sul muro!

Oltre al mitico baba Valerio, alla Missione c'era un altro frate, Giuseppe, che lavorava quattro giorni a settimana come fisioterapista in un ospedale a una ventina di kilometri di distanza (un'oretta di moto, viste le strade africane e la qualità della moto). Il quinto giorno faceva ambulatorio presso la Missione ed il sabato andava a trovare dei bambini disabili che vivevano in una specie di casa-accoglienza poco lontanto. Pure Giuseppe era una vera forza della natura, mai avremmo detto che si trattasse di un frate: non tanto per le infradito, le magliette rosa shocking ed i pantaloncini hawaiani a fiori, quanto perchè parlava sempre in modo estremamente caustico (quando non apertamente critico) della chiesa, del papa, della gerarchia, dei dogmi e di tutti quanti.

La prima settimana trascorse in modo idilliaco.
Per iniziare a renderci utili, ci eravamo proposte di imbiancare le pareti ormai scrostate della Missione. Oltre al bianco, ci avevamo messo del nostro, riempiendo i bagni di fiorellini gialli e citazioni poetiche. Baba Valerio ci aveva portate un po' in giro nei dintorni, per farci conoscere alle famiglie della comunità. Giuseppe ci aveva portate in visita dai suoi bambini disabili ed un giorno eravamo perfino andate a trovarlo in ospedale. Nel tempo libero giocavamo con i bambini, suonavamo la chitarra, chiacchieravamo (due delle mie quattro compagne di viaggio erano le mie migliori amiche dell'epoca: una lo è ancora, con l'altra non ci parliamo più, ma questa è un'altra storia), andavamo 'in gita' in città con la scusa dell'internet point (in realtà il vero motivo era andare in moto coi frati, o raccattare passaggi sui furgoni aperti degli operai) o, semplicemente, ci fermavamo a pensare guardando le colline che diradavano verso il lago, aspirando a pieni polmoni il profumo dell'eucalipto. Le serate le passavamo a parlare, cantare, fumare sigarette al mentolo (a cui ci avevano introdotte i frati, NB) e guardare le stelle, che da sotto l'Equatore sono tutta una cosa nuova.

Dopo soli 7 giorni di Africa, mi sembrava di essere sempre stata in pace col mondo.
Mi ritrovavo a pensare con tenerezza ed un pizzico di nostalgia agli amici rimasti a casa. Avevo voglia di ritornare dalle mie coinquiline-sorelle lasciate a Milano, e raccontare cosa avevo vissuto. Iniziavo perfino a prendere le distanze dal mio tragico sogno d'amore infranto e a farmene una ragione.Anche vedere i malati all'ospedale ed i bambini disabili non mi dava angoscia, non mi scatenava ribellione o senso di ingiustizia: tutto faceva parte di un grande ordine cosmico, dove ognuno ha un suo posto e una sua funzione. A differenza di alcune mie compagne di viaggio, non mi tormentavo col problema del male nel mondo o dell'esistenza o meno di Dio: le cose erano così, punto. Che senso aveva logorarsi in cerca di una risposta che nessuno poteva darci?

Stavo bene, mi sentivo forte e sicura di me come non lo ero mai stata. Ero curiosa di sapere come sarebbe proseguita l'avventura africana, ed eccitata al pensiero che avremmo trascorso la seconda settimana vivendo in un villaggio di pescatori sul lago. Il bello doveve ancora venire.



To be continued....



lunedì 3 dicembre 2012

GODOT, o di attese, riti scaramantici e appigli all'inappigliabile



Da mesi aspetto questo cavolo di Godot, la cui identità, al contrario che nella piéce teatrale, per me non è affatto arcana, anzi è chiarissima: Godot è un lavoro.
Uno straccio di qualcosa, purchè mi tolga da questa condizione di immobilità forzata e forzosa.
Dato che non si decide a passare, questo cavolo di Godot, ho iniziato a pensare di essere io il problema, di non incoraggiarlo abbastanza a manifestarsi. Quindi, ormai sull'orlo della disperazione, ho iniziato a praticare riti scaramantici degni dell'Inquisizione spagnola, che in certi anni bui il rogo non me lo avrebbe tolto manco una bolla papale.

Siccome finora mi è sempre andata buca, ho deciso di non dire più a nessuno (ma proprio nessuno) se ho un colloquio, ma apro un rigorosissimo silenzio stampa. Cosa per altro assai difficile, perchè non posso dire ai miei che 'esco a comprare le sigarette' (io che manco fumo) per poi andare a Bruxelles, così come all'amica che mi ospita in Belgio non posso dire 'sai, passavo di qui per caso, posso fermarmi un paio di giorni?'. Sono comunque costretta a dare delle seppur minime spiegazioni a seppur poche persone. E infatti, ho appena fallito l'ennesimo colloquio. Colpa dell'infrazione del silenzio stampa, di sicuro.

Ho provato anche con le privazioni scaramantiche, meglio conosciute come fioretti: ahimè, anni di (seppur imposta in un'età dove non si ha piena capacità di intendere e di volere) catechesi e frequentazioni parrocchiali infantili hanno pur sempre lasciato qualche segno. Così, all'ennesima promessa di essere ricontattata a breve dopo l'ennesimo colloquio telefonico conoscitivo, mi sono auto-privata del cioccolato (ma vi rendete conto fin dove sono caduta in basso??) per ben 2, dico due settimane, nella speranza che questo mio immane sacrificio sarebbe stato ricompensato dalla fatidica chiamata. Alla fine me l'hanno malamente messo in quel posto mi hanno scritto che, nonostante le mie indubbie doti, qualità paranormali e motivazione astronomica, avevano preso qualcun'altro, ma che mi auguravano 'all the best' per la mia ricerca e si dimostravano sicuri che avrei presto trovato un'altra opportunità (tiè tiè tiè) che corrispondesse alle mie doti e blablabla. La prossima volta provo con lo sciopero della fame, magari funziona meglio. Per lo meno dimagrisco.

Senza contare gli innumerevoli strumenti e oggettini più o meno apotropaici che sto rispolverando: la camicia che avevo all'esame (l'unico serio, sigh) in cui ho preso la mia prima lode (peccato sia orribile e inabbinabile con qualsiasi cosa decente); l'anello regalo di mamma e papà per i miei 18 anni (ah, quant'era bella giovinezza!); la giacca del tailleur della mia prima laurea (grandi speranze all'epoca!); il portafortuna comprato undici anni fa (ri-sigh) durante il campeggio itinerante in Toscana, e chi più ne ha più ne metta. E invece vuoi vedere che è colpa di quel cornetto rosso comprato 4 anni fa a Napoli ma che ho perso chissà dove durante i vari traslochi?! La vendetta del portafortuna perduto, apposto.

La verità è che sono stufa di insuccessi, rifiuti, mail che non arrivano e che, se arrivano, te la mettono in quel posto ti ripetono ad libitum 'riprova, sarai più fortunato'. Mi sto buttando sull'esoterico perchè non so più che cavolo fare per uscirne fuori.
A dir la verità non ho ancora esaurito tutte le risorse: non ho ancora fatto il bagnetto alla occhio, malocchio prezzemolo e finocchio.

Sto uscendo a comprare i peperoncini.





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