mercoledì 30 gennaio 2013

Compilation degli addii


La vita da nomade, con la valigia sempre pronta a scadenza plurimensile, non significa solo precarietà nel lavoro, nella casa e nelle abitudini, ma soprattutto precarietà negli affetti e nel rapporto con gli altri.
In ogni contesto si entra in relazione con altre persone con cui si condivide un pezzo di esperienza, che in qualche modo entrano a far parte della tua vita quotidiana. Sapere di non trovarle più accanto, spesso con la certezza di non rivederle più o, comunque, non a breve, è destabilizzante se non addirittura straziante. Posso anche averci fatto il callo (no, in realtà no) a cambiare casa, coinquilini, lavoro e città, ma non sviluppo mai anticorpi a sufficienza per salutare col sorriso le persone con cui ho fatto quel pezzetto di strada. Ogni volta che parto (e finora è sempre stato un cambio definitivo, senza possibilità di tornare indietro), oltre all'incubo logistico del trasloco, ci si aggiunge quell'immancabile morsa allo stomaco, un nodo grumoso alla base della gola, labbra tremanti e un pizzicorino che sale su, fino alla base del naso, per poi farsi largo fino agli occhi. Appena prima di chiudermi la porta alle spalle arriva, puntuale, il Niagara.
Che fossero esperienze lunghe o brevi, poco importa: l'intensità non si misura in termini temporali

Ripensandoci mi sono accorta che, nella maggior parte dei casi, tendo ad associare una canzone a quei momenti particolari. Credo che questa mia tendenza a 'colonnasonorizzare' i momenti di distacco risalga alla mia adolescenza, a quella vacanza-studio estiva in Irlanda quando avevo 16 anni. Ancora oggi, dopo più di dieci anni, ricordo benissimo che quella mattina di fine luglio, a Dublino, pochi minuti prima di uscire di casa, la radio stava passando Don't Speak dei No Doubt. Mi ricordo di aver pensato che ci stesse proprio bene come soundtrack, fra la pioggia, il cielo grigio e la tristezza all'idea di tornare a casa dopo 4 magnifiche settimane, durante le quali avevo conosciuto tante persone speciali.


Da allora, di momenti chiusura-di-capitolo-esistenziale ne ho avuti parecchi. E, per la maggior parte di essi, sono in grado di mettere assieme una mia personalissima compilation degli addii.

Nonostante il mio soggiorno africano fosse durato appena un mese, andarsene da quelle colline verdi sul Lago Vittoria è stato il mio primo vero addio straziante. Non riuscivo ad accettare che non avrei più vissuto con quei pazzi scatenati travestiti da frate, che non sarei più stata una muzungu ma una bianca qualsiasi in un mondo di bianchi, che non avrei più sentito l'odore forte dell'eucalipto al risveglio, il sapore del caffè solubile tanzaniano, il dolceamaro della marmellata di limoni equatoriali. Il giorno della partenza, prima del sorgere del sole, su uno sgangerato pullman direzione Kampala, Uganda, nessuna di noi parlava. Contemplavamo l'Africa che scorreva dietro al finestrino, in direzione inversa a quella che avevamo percorso appena quattro settimane prima. E nelle nostre orecchie risuonavano le note di una vecchia canzone che ci aveva insegnato baba Valerio, Casa mia. Solo che noi il sereno nel cuore non ce l'avevamo.


L'anno successivo ho lasciato Milano e la casa degli Inganni (come chiamavamo il nostro appartamento), il primo posto, dopo casa dei miei, che potessi chiamare casa. Ed stato un vero e proprio macigno. Quattro anni di vita impacchettati, così, dalla mattina alla sera. Per ripicca verso la mia coinquilina Pa, con cui avevo rotto, avevo voluto portare via TUTTO quel che di mio aveva contribuito al ménage familiare fino ad allora. In questo modo speravo che Pa si sarebbe accorta che mancavo, non trovando più il pentolino per scaldarsi il latte al mattino o le forbici per tagliare l'etichetta dei suoi perizomi cinesi. Pensavo che il rancore fosse più forte, e mi preparavo a lasciare la casa degli Inganni a testa alta. In realtà, non appena ho abbracciato l'altra mia coinquilina, la mia gumpis, ho iniziato a tremare e sono scappata in ascensore, scoppiando in singhiozzi. Credo di aver smesso di piangere a Brescia, un centinaio di kilometri e qualche tonnellata di fazzoletti dopo.
La colonna sonora di quel momento era La guerra è finita dei Baustelle, che ancora adesso, per me, evoca l'immagine di qualche cosa che finisce, di una porta che si chiude per sempre.


Come ho già avuto modo di accennare, l'erasmus è stata un'esperienza fondamentale e indimenticabile. Allo scadere di quei nove mesi, lasciavo una vita spensierata di feste, cazzeggio e amici da ogni angolo del globo per tornare alla PCBP, studiare e laurearmi. Quella mattina, andando in stazione, mi ero persino messa a scherzare con gli amici che ci accompagnavano (il viaggio lo facevo con l'amico Bagasha, che abita a pochi kilometri dalla mia PCBP). Ma nel momento in cui le porte a vetri si sono chiuse sbattendo, lasciando gli altri sulla banchina e noi abbiamo iniziato a muoverci, la spensieratezza ostentata fino lì si è volatilizzata. Ho sentito qualche cosa rompersi dentro di me, come se quelle porte di treno si fossero chiuse a morsa dentro al mio petto, lasciandomi per un interminabile nanosecondo senza respiro. E quando sono riuscita a riprendere fiato, mi si è annebbiata la vista e le lacrime hanno iniziato a scendermi, fitte e silenziose. Per fortuna c'era l'amico Bagasha che, pragmatico, vedendomi in stato catatonico, mi si è avvicinato e, infilandomi un auricolare e sussurrandomi 'Su dai, non piangere', mi ha sparato a tutto volume l'ultima cosa che mi sarei aspettata in quel momento di lutto, La paranza di Daniele Silvestri.


Quando ho lasciato Roma, speravo di cavarmela facilmente. Con il treno alle 8 di sabato mattina, avrei chiamato il taxi alle 7 per fare le cose con calma (leggi: essere sicura che, nonostante 2 valigie da 45kg l'una, zaino da 20kg, borsa del pc ripiena e marsupio sarei riuscita ad arrivare a Termini con un margine abbastanza largo per trascinarmi al binario senza dover ricorrere alla protezione civile, e magari fare anche colazione al bar). Insomma, il piano era sgusciare via di casa mentre tutti dormivano ancora. Avrei salutato le mie coinquiline la sera prima e me sarei andata a dormire con gli occhi asciutti, immaginando di dovermi svegliare presto per andare in gita al mare, non per lasciare Roma per sempre. Invece no. Nonostante tutto giocasse a mio favore, si erano volute alzare per darmi un ultimo abbraccio e salutarmi dal balcone di casa. Il che ha, ovviamente, aperto i rubinetti.
Non oso immaginare cosa abbia pensato il tassista vedendo quella cosa rossa, scarmigliata, lacrimante e carica come un mulo trascinarsi fuori casa, con bagagli da trasferta transatlantica, mugugnare fra i singhiozzi 'Stazione Termini per favore'. Ho continuato a piangere in silenzio con la voce di Antonello Venditti che mi diceva che avrei dovuto essere come i pini di Roma, mentre in realtà mi si spezzava il cuore a chiudere l'ennesimo capitolo.









domenica 20 gennaio 2013

Fastidio


Sì, lo so, avevo detto che quest'anno non mi sarei lamentata. E infatti non sono mica qui a lamentarmi, esprimo semplicemente il mio fastidio.  
D'altra parte, fuck off Pollyanna.

Fastidio per chi ti guarda a chiede 'Ma come non hai lavoro, tu con tutte le esperienze che hai fatto?'

Fastidio perchè ti dicono che devi essere umile quando finora hai fatto stages, volontariato, master, corsi estivi, corsi invernali, corsi di formazione. Eri umile quando ti hanno sospettata di passare sotto la scrivania del capo, hanno insinuato che volevi offrire 'favori particolari', ti hanno trattata da decerebrata solo perchè eri 'la stagista', ti hanno fatto lavare i bicchieri perche eri 'la stagista', ti hanno insegnato a suonare un campanello perchè eri 'la stagista' e sei stata zitta, è la gavetta dicevano. E devi comunque continuare a essere umile (leggi: ricomincia con gli stages che è meglio).

Fastido per l'amico che ti regala subdolamente il biglietto per un evento del quale non ti frega nulla, solo per obbligarti ad accompagnarlo, e poi non si ricorda nemmeno che era il tuo compleanno.

Fastidio perchè, a quasi trent'anni, tua madre ti fa ancora storie per come ti vesti e a Natale ti fa regali a fiocchi, fiori e cuoricini che non avresti portato manco a 12 anni.

Fastidio perchè non hai più uno spazio tuo, da poter organizzare e gestire come vuoi, e fastidio per tutti quegli scatoloni, impilati in un angolo, dove hai imballato pezzi di vita che non sai come e quando tirerai fuori.

Fastidio perchè, nonostante lui ti abbia calpestata e umiliata e sono quasi 3 anni che hai tagliato tutti i ponti, ti ricordi ancora del suo compleanno, e quando vedi un paio di occhi scuri non puoi fare a meno di pensare che siano i suoi che sono tornati.

Fastidio perchè nevica e, mentre tutti gioiscono riempiendo la rete di commenti idioti e foto melense, tu invece pensi che domani mattina rischierai la vita sulla salita di casa per andare a fare la scladasedia pseudovolontaria dal contatto di turno.

Fastidio perchè il tuo ennesimo tentativo di fuga è fallito, per l'ennesima volta.

Fastidio perchè hai perso il senso di quello che hai fatto finora, e ti assale atroce il dubbio che i tuoi sogni, ideali, progetti, aspirazioni e quant'altro alla fine non erano che fumo negli occhi e castelli di nuvole. E saresti dovuta tornare coi piedi per terra, cementarteli e svegliarti dall'incanto almeno sette anni fa.

Fastidio perchè ti rendi conto che stai diventando intollerante e scontenta, una di quelle che gli dà tutto fastidio. A cominciare dalle persone. E non ti piace.

Fastido perchè, alla fin fine, sai che dipende da te e che sei tu a dover trovare la forza di lottare. E invece ti sei adagiata e ti stai arrendendo. O, peggio ancora, ti stai accontentando e te la stai facendo andare bene, anche se bene non è. E non trovi la forza per sciogliere la colla che ti impiastra e piume.


martedì 15 gennaio 2013

Venti e non più 20

E' il mio compleanno. L'ultimo con il 2 davanti, porca*@#°§%.

 


...e so benissimo che mia cugina quarantaduenne mi dirà che sono ancora una ragazzina, ma d'altra parte mio cugino diciannovenne mi dirà che sono una vecchia. 
Questione di prospettive.
Ma non è che voglia star qui a disquisire se sia vecchia o meno, tanto ogni anno è la solita mena. C'è la mia amica che ha iniziato a piangere perchè stava invecchiando a 18 anni, quella che da cinque anni festeggia il 24°compleanno, quella che ogni anno è la scusa buona per sbronzarsi e far festa, il numero è solo un dettaglio.
Però quest'anno gli anni non li volevo proprio compiere.
E non tanto per il tempo che passa e per quell'ultimo 2 lì in pole position che vedrò per l'ultima volta.
Ogni anno ero contenta di compiere gli anni, di ricevere messaggi e pensieri dagli amici lontani, di avere la scusa per stare assieme e bere con gli amici. Fare un po' la principessa della situazione ed avere tutti lì per me (o per la vodka, ma io ho sempre pensato di essere comunque il motivo principale).

Penso ai 22 festeggiati in una bettola dove si ballava latinoamericano con una delle mie ex migliori amiche. Allo (sfiorato) coma etilico in Erasmus per i 23. Alla tre giorni Roma-PCBP-Milano per i 25. Ai 26 sotto tre metri di neve (e di vodka) in Polonia. Ai 27 nella PCBP, ma con gli amici più cari, tutti assieme dopo tanto tempo. All'anno scorso a Bruxelles, con tante belle speranze e buoni propositi.

E invece quest'anno sono qui. A casa ma non per scelta. Con la famiglia che è contenta di festeggiare, dopo tanto tempo, dal vivo e non su Skype. Con amici astemi e comunque 'troppo cresciuti' per uscire a bere e ballare. In attesa di quel Godot che non arriva.

Quest'anno va così, passa in sordina questo mio ultimo sprazzo di ventennità. Sarà ora che mi dia una mossa per entrare negli enta con un mood da wonderwoman.
Ho 364 giorni di tempo a partire da adesso.



domenica 13 gennaio 2013

Disavventure del benessere, o di altri vantaggi di una PCBP alpina - parte II

...se continua così, quasi quasi mi convinco che sto posto non è poi così male!

 


Altro vantaggio dell'abitare in una zona che vive del turismo invernale: pullula di centri benessere. Pochi minuti di macchina dalla PCBP, e ti trovi spapparanzato in un universo di saune, bagni turchi (si dirà così al plurale?!), oli essenziali, idromassaggi e relax. Così ieri io e le mie amiche Betty e Nìa decidiamo di concederci un pomeriggio in uno dei suddetti centri. Loro per effettivo anti-stress dopo una settimana lavorativa, io (che tale stress non mi ricordo manco più cosa voglia dire) per amore per il caldo, essendo una creatura estremamente freddolosa.
Ovviamente, nel pieno rispetto della tradizione ed in conformità con il disinvolto spirito nordico (qui si tende sempre ad omologarsi in direzione dei cugini tedeschi), all'area wellness si accede come mamma ci ha fatti, ossia rigorosamente ignudi, e senza separazioni maschi/femmine. Al primo impatto può procurare un certo imbarazzo che però passa subito, alla fine si è tutti ugualmente nudi. E poi, siamo onesti: non è che al mondo siano tutti Brad Pitt e Gisele Bundchen, e quelle rare creature di sicuro non vengono a fare la sauna in uno sperduto paesino delle Alpi italiane. Anzi, considerando che l'età media sarà stata di una quindicina d'anni sopra la nostra, una si consola pensando che forse è ancora in tempo ad iscriversi in palestra ed investire in creme anti-smagliature.

Photo: courtesy of AcquaIN Andalo, www.acquain.it/saune/index.htm

In ogni caso, a questo giro ho deciso di adottare la tecnica talpa, ovvero non mettere nè lenti a contatto nè occhiali: se non vedi un'emerita ceppa (oltre il metro di distanza non riesco nemmeno a distinguere bene se uno è uomo o donna), ti pare di essere in un mondo di evanescenti spiriti asessuati e passa la paura. Peccato che la mia amica Betty non solo ci veda meglio di me, ma sia di una pudicizia assoluta (ha sperato fino all'ultimo di poter contrabbandare un costumino) e anche estremamente ansiosa. Soprattutto dopo aver scoperto che anche un suo conoscente era allo stesso centro benessere quello stesso giorno. Se si aggiunge che l'ultima cosa che aveva bevuto era un gin lemon alle 3 del mattina, l'esito era prevedibile.

All'uscita dalla prima sauna, prima di entrare sotto la doccia, si appoggia al muro sussurrandomi un 'aspetto un attimo, non mi sento troppo bene' per ritrovarsi a terra nel giro di una frazione di secondo. Che, detta così, sarebbe cosa anche abbastanza drammatica, se non fosse che sul momento ha assunto una serie di risvolti tragicomici.

Io, miss talpa, mi infilo sotto la doccia non accorgendomi di niente, finchè girandomi non credo di intuire una massa indefinita più grande del solito, ma mi sono resa conto di cosa fosse successo solo dopo essere arrivata a 20cm dalla moribonda, che nel frattempo era già bella e collassata.
Il malcapitato passante, imbarazzatissimo, che si era visto svenire Betty davanti agli occhi, forse sentendosi in qualche modo responsabile (perfino io, ciecata, non ho potuto fare a meno di notare come cercasse disperatamente di coprirsi il fagiolino raggrinzito che aveva fra le gambe) non sapeva come defilarsi con nonchalance.
Una Betty color cadavere itterico che, negli sprazzi di lucidità, tentava in ogni modo di coprirsi con l'asciugamano fradicio, mentre il saunista (un asciutto vecchietto con degli sbiaditi squalo-delfini tatuati sugli avanbracci villosi) non faceva che riversarle ghiaccio sulle parti basse.
Nìa che, con pratico senso infermieristico, teneva alte le gambe della moribonda, aggiungendo alla stessa un ennesimo motivo di ansia per le pudenda scoperte.
Il tutto condito da un nutrito gruppo di passanti morbosi, che non trovava niente di meglio che fermarsi ad osservare quello straccetto color piastrelle del pavimento contorcersi nella speranza di riuscire a coprirsi, col risultato di avere sempre e comunque le chiappe al vento.

Alla fine, dopo due litri di tisana e cinque bustine di zucchero, Betty si è ripresa alla grande, tanto che non c'è stato verso di impedirle di girare per le saune come una cavalletta per recuperare il tempo perso. Non sarà stato il pomeriggio di total relax che speravamo, ma ne è valsa comunque la pena.


Da domani mattina inizio con la crema antismagliature.







giovedì 10 gennaio 2013

A grande richiesta...more mountains!


...sempre dalla mia ridente regione alpina, ovviamente!

































Disclaimer: le foto qui pubblicate le ho fatte io (a parte quella dalla cabinovia - si intravede il cavo- sempre courtesy dell'amico Puccio e del suo nuovo super Samsung), quindi sono mie. Dubito fortemente che qualcuno se le voglia fregare, anche perchè mi pare evidente che non sono state scattate da Cartier-Bresson. Se proprio non avete altro da fare e volete scaricarvele, almeno fatemelo sapere e citate la fonte, GRAZIE.

P.S.: lo so, avrei quantomeno potuto mettere il 'mio marchio' in sovrimpressione, ma troppa sbatta...e così potete godervele ad-free!

martedì 8 gennaio 2013

Vantaggi di una PCBP alpina



Se c'è una cosa che ahimè mi costringe ad ammettere che, in fondo in fondo in fondo, essere originaria della Piccola Città Bastardo Posto (per comodità PCBP) può avere i suoi vantaggi, è l'inverno. L'unica stagione in cui essere circondata da montagne non mi ispira claustrofobia ed oppressione, anzi non vedo l'ora di evadere sulle cime innevate a sciare.
Io che ho sempre voluto vivere al mare, che fin da piccola anelavo tutto l'anno alla mia dose di sabbia e salsedine, che piangevo all'ultimo bagno, che ancora oggi se non vedo il mare almeno una volta l'anno intristisco e che se vincessi alla lotteria, la prima cosa che farei sarebbe comprare una casa al mare.
A me, che la montagna ispira tutto fuochè pace, tranquillità e relax, in inverno mi riscopro fiera delle mie origini alpine.
Soprattutto per lo sconto residenti sullo skipass giornaliero.
E così, reduce da una magnifica giornata sulla neve in compagnia del mio adorato amichetto Pucci, sotto un cielo azzurro intenso, circondata da cime innevate che risplendono al sole, immersa in soffici e pannosi cumuli bianchi, inebriata dal profumo degli abeti (e della salsiccia arrosto che si sprigiona dalle baite) e riscaldata dall'aroma del the allo Jaeger, mi sento soavemente in pace col mondo.


Nonostante l'invasione di pestiferi bambinetti delle scuole di sci che ti si infilano fra le gambe, ti sorpassano in fila per gli impianti di risalita, ti tagliano la strada in pista, schiamazzano in seggiovia, piagnucolano se non vedono la mamma e non puoi dirgli niente perchè sono piccole creature innocenti, loro (evviva l'istinto materno).

Nonostante le orde di russi, polacchi e affini che affollano le piste e soprattutto i rifugi, svaligiano le riserve alcoliche e mangerecce che nemmeno un esercito di Unni affamati e partono lasciandosi dietro un triste cimitero di bicchierini di grappa prosciugati.

Nonostante la musica tunz tunz appalla nei rifugi che nemmeno al Papeete Beach a ferragosto, con annessi balli di gruppo che vedono scatenarsi abbronzati vecchietti in salopette e bambine in tutina rosa e orecchiette da coniglio, che per parlare con il tuo dirimpettaio al tavolo ti serve il megafono.

Nonostante il proliferare di giovani biondone platinate dal 'velato' accento straniero e dalle curve dirompenti (ingabbiate in tutine bianche di una taglia in meno del dovuto) che si accompagnano a chiatti cinquantenni che a malapena si reggono sugli sci, ma all'occorrenza sfoderano portafogli rigonfi che neanche col botox.

Nonostante italici genitori che approfittano dei transfer in cabinovia per fare la ramanzina ai propri pargoli (stolidi ragazzini in pieno boom adolescenziale, brufoli e ferraglia ai denti annessa) sulla loro totale inettitudine allo sci, mentre tu imbarazzato non sai più da che parte guardare per non scoppiare a ridere.

Bello sapere che, grazie alla mia residenza nella PCBP, a fine giornata ho il lusso di poter impacchettare gli sci in macchina e tornarmene alla civiltà, lasciandomi alle spalle bambini terribili, vecchietti bavosi, genitori nevrastenici, buzzurri ubriachi e mignottoni in doposci di pelo.



Photos: courtesy dell'amico Puccio e del suo nuovo Galaxy S3

giovedì 3 gennaio 2013

Mai dire MAE (CRUI)



Di quel magnifico esemplare in via d'estinzione che si chiama Erasmus ne ho già accennato.
Ultimamente pare che anche un altro suo collega si stia avviando alla scomparsa definitiva: il signor MAE-CRUI. AI bei tempi che furono, codesto programma (che sta per Ministero Affari Esteri-Conferenza dei Rettori Università Italiane) dava la possibilità di svolgere un periodo di tirocinio di tre mesi (prolungabile a quattro) presso il Ministero degli Esteri a Roma o in tutte le sedi diplomatiche italiane all'estero (ambasciate, consolati, Istituti di cultura e Unità Tecniche Locali per la cooperazione allo sviluppo).
Dopo essere stata scartata ad un primo round, ci ho riprovato e mi è andata meglio: ho avuto fortuna ed ho svolto il mio MAE-CRUI a Roma, quattro anni or sono.
Il MAE-CRUI è sempre stato fortemente criticato perchè non prevede nessun tipo di retribuzione, nemmeno un minimo rimborso spese. Non ti davano neanche la chiavetta per prenderti un caffè annacquato alle macchinette, te la dovevi pagare.
Giustificatissima indignazione, considerato che nella Pubblica Amministrazione italiana gli sprechi abbondano. Se si arrivano a spendere 800 euro per un biglietto a/r Roma-Barcellona, pur di far viaggiare il diplomatico di turno in business class e su Alitalia, possibile che non si trovino i fondi per dare ai poveri stagisti almeno dei buoni pasto per la mensa?! Al di là dello scandalo per un tirocinio gratis et amore dei senza nessunissima possibilità di assunzione futura (al Ministero si accede solo per concorso, ma si sa), per di più a favore di quello Stato sanguisuga e tanto odiato, mi sento comunque di esprimere un certo rammarico all'idea che anche questo programma avrà fine.

Anzitutto, molti posti a disposizione sono presso la sede centrale della Farnesina. Per tutti quelli già stanziati a Roma, non credo faccia poi una gran differenza lavorare gratis per il Ministero o per un qualsiasi altro ente, pubblico o privato che sia. Essendo in Italia il tirocinio gratuito più la regola che l'eccezione, tanto vale svolgerlo in un ambito prestigioso che 'fa curriculum'. Si presuppone infatti che gli interessati a questo tipo di esperienza, ambiscano poi ad una carriera internazionale, ed all'estero l'aver lavorato presso il Ministero degli Esteri fa sempre una gran scena (comprovato).

Per quanto riguarda le sedi estere, per parecchi italiani con la doppia nazionalità lo stage MAE-CRUI rappresenta un'occasione per trascorrere del tempo con quella parte della famiglia che, altrimenti, non si ha occasione di frequentare assiduamente. E che inoltre dà spesso un contributo sostanziale, ospitando il nipote/cugino/famiglio stagista per il quale diventa quindi meno oneroso poter svolgere il tirocinio all'estero. Ovviamente, questa non è che una piccola parte dei partenti, la maggior parte di sicuro non va al consolato italiano a Honolulu perchè ha la nonna hawaiana. I privilegiati ci sono sempre, è inutile negarlo. Se uno può permettersi di farsi mantenere tre mesi in America, beh alla fin fine forse va anche a suo merito se preferisce andare a fare lo zerbino diplomatico al Palazzo di vetro, piuttosto che dilapidare il patrimonio di famiglia sulle spiagge di Miami a ritmo di margaritas e pool parties.

C'è poi chi dice (come per tutti gli stages, del resto) che non si impara nulla se non fare le fotocopie (e anche qui mi permetto di dissentire: io le fotocopie non ho imparato di certo a farle a Roma perchè c'era un uffico appostio per queste cose. Al massimo ho imparato a mandare i fax). Come per tutti gli stages, dipende tantissimo da chi si ha la fortuna (o sfortuna) di avere come tutor, da quanto lavoro ha in ballo la propria unità, e via dicendo. Fra i miei compagni di disavventura c'era una vasta gamma, da chi passava le giornate a leggere la Gazzetta dello sport online, a chi non aveva nemmeno tempo di fermarsi al bar in pausa pranzo per un panino.
E poi, non si può mai sapere. MAI.

Ad esempio, io all'inizio ero stata assegnata ad un ufficio assieme ad altre tre ragazze: 4 stagiste, 1 scrivania, 2 sedie ed 1 computer. Il nuovo capo ufficio non aveva provveduto a far correggere il bando, segnalando che ora aveva bisogno di non più di una stagista, ma ormai il danno era fatto: tutte e quattro, giustamente, volevamo fare lo stage. Inutile dire che, dopo esserci rese conto della situazione, eravamo piuttosto alterate. Tre di noi si erano trasferite apposta a Roma, eravamo tutte fresche di laurea e piene di voglia di fare. La prima settimana abbiamo provato a fare un part-time a coppie, due al mattino a due al pomeriggio, ma non funzionava affatto. Ci hanno detto chiaramente che era meglio se due di noi si cercavano un altro ufficio.
Una ragazza, laureata in giornalismo, si è subito mossa e se n'è andata all'ufficio stampa. Di noi tre superstiti nessuna voleva cedere, soprattutto perchè, dopo un paio di mesi, le due stagiste rimaste avrebbero partecipato ad un evento di tre giorni all'estero assieme all'ufficio (questa volta spesato).
Ad un certo punto, sapendo dell'esubero di stagiste, il diplomatico della porta accanto (a capo di un ufficio -apparentemente- piuttosto sfigato) si era dimostrato entusiasta all'idea di avere anche lui una stagista e si era offerto di prendere con sè una delle ragazze, perchè da lui, diceva, c'era tanto lavoro e nessuno a dargli una mano.
Dopo tre giorni di infinite seghe mentali e pipponi astronomici, ho deciso di immolarmi io alla causa e di offrirmi come vittima sacrificale, cambiando ufficio e rinunciando al viaggio, nella speranza che, almeno, dall'altra parte (apparentemente) più sfigata avrei avuto da fare e imparato qualche cosa.

Com'è andata a finire?!

Che il mio MAE-CRUI è durato non tre ma otto mesi, che alla fine della convenzione di stage mi hanno fatto un contrattino retribuito e invece di tre giorni di viaggio ne ho fatti dieci, in un posto nuovo e molto più esotico, alloggiando nell'albergo più fico in cui sia mai stata in vita mia (ma questa è un'altra storia).

Morale: mai dire mai, anche nei casi più assurdi. Soprattutto negli stages non pagati.
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