venerdì 29 marzo 2013

AWARDS! updated




Arieccomi qui, altro giro, altro regalo.
Dopo il Liebster Blog Award di qualche settimana fa (minc**a, già quasi 2 mesi??!!), rieccomi di nuovo a riscuotere un bloggopremio, the Versatile Blogger, e ben in doppia dose!! Eh sì perchè me l'hanno gentilmente assegnato, praticamente in contemporanea, dm e Francesca. Tanto più gradito in quanto inaspettato, perchè dm la conosco da poco e Francesca non la conoscevo proprio: sapere che le menate le minch**te quello che scrivi viene letto ed apprezzato, al punto da riconoscerlo con un bloggopremio, beh fa sempre piacere.

Rispetto al cugino Liebster, questo qui è moooolto più semplice e meno sbatti complicato, infatti si compone di tre semplici regolette:
  1. elencare 7 proprie caratteristiche;
  2. premiare altri 15 blog con meno di 200 follower;
  3. seguire il blog di chi ti ha premiato.
Lo prendo come bonus per avere il pretesto per sbandierare i ca**i miei per raccontarvi qualcosa di me:
  • cagacazz scassaminch rompiscatole
  • ultimamente in scazzo con il cosmo
  • contraddittoria
  • testarda (maledetto il mio segno zodiacale)
  • costruttrice di castelli in aria&regista di kolossal che manco la Paramount
  • tirapipponi per vocazione
  • buffone di corte
 
Che probabilmente, dopo questo roseo quadretto che ho fatto di me, considerando che di solito scrivo post nostalgici e delicatamente sentimentali, penserete che sono una specie di dissociatata alla Twofaces di Batman.

Per quanto riguarda i 15 blog, non obbligo nessuno a seguirmi, nè a rispondere al premio, però consiglio vivamente di fare una capatina perchè meritano (in ordine rigorosamente random):

domenica 24 marzo 2013

Di casualità e indissolubilità


Source: http://mydeejay.deejay.it


Giovedì sera, con il mio solito cronico ritardo, mi stavo affrettando col mio 'passo nordico' verso teatro, quando a un certo punto sento lo strombazzare sguaiato di un clacson. Prima ancora che riuscissi a formulare il pensiero Sti tamarri sono proprio messi male se non hanno niente di meglio da fare che suonare a me, sento un 'BIIIIIIIIIIIIIIIII CIAOOOOOOO' urlato fuori da un finestrino. In una frazione di millesimo di secondo ho realizzato che non trattavasi di tamarri, ma del DeLa che mi stava salutando a rischio incidente automobilistico.

Il DeLa era il mio animatore ai tempi del liceo, del gruppo della parrocchia del quartiere.
Una delle figure maschili più importanti della mia (tormentata) adolescenza.
Di 7 anni più grande, per me era una specie di personaggio mitologico, non-inquadrabile in nessuna categoria: amico, confidente, fratello maggiore, un po'padre ma anche un po'principe azzurro dei poveracci.
Il DeLa studiava medicina in un'altra città ma, immancabilmente, tutti i venerdì sera tornava nella PCBP per l'incontro di gruppo settimanale. Lui e le altre due nostre animaTRICI (la Ciorci e Gattomorto) sacrificavano svariati sabati, un paio di weekend e una settimana di agosto ogni anno, per stare con noi e per il campeggio.

Io e il DeLa si parlava sempre tantissimo, per lo più delle menate dei problemucci adolescenziali, miei e delle altre mie amiche del gruppo. Dopo avermi ascoltata, sapeva sempre cosa dire per risolvere le menate questioni apparentemente più spinose. In qualità di unico animatore di sesso maschile, non voleva fare preferenze fra noi 5 ragazze, le sue babe, come ci chiamava. Ostentava un'imparzialità totale, ma ero io quella con cui parlava di più, quella di cui sapeva di più, quella che riaccompagnava a casa più spesso la sera. In fondo in fondo, ho sempre pensato che, nonostante tutto, fossi io la sua baba preferita.

Il DeLa era uno dei pochi a sapere tutto della mia fallimentare cotta per quell'arrogante brufoloso del fumettista, mio grande (e tormentato) amore dei 16 anni.

lunedì 18 marzo 2013

NEVE & ricordi polacchi


Metodi empirici per raffreddare il thè
 
Stamattina al mio risveglio, la PCBP era in piena bufera di neve.
Salendo in mansarda mi sono trovata le velux completamente ricoperte di neve, la sala buia come a mezzanotte: la conseguente sensazione di freddo, chiusura e claustrofobia nevosa hanno immediatamente collegato i miei neuroni, pur addormentati, a gli sgradevoli ricordi del mio anno polacco.

Qualche inverno fa ho avuto la sfortuna di vissuto per dieci mesi a Varsavia, per frequentare un maledetto fottutissimo logorante master molto impegnativo. Ha cominciato a nevicare ad ottobre, per smettere definitivamente ad aprile. Temperature invernali a picchi di meno 30°. Creatura naturalmente freddolosa, che veniva da un anno di Roma in cui guanti, sciarpe e berretti di lana erano rimasti in naftalina per tutto l'inverno, figuratevi come l'ho vissuta.

Comunque.
La mia stanza polacca nel residence del campus era una meraviglia: enorme, bagno incluso dotato di tutti i comfort, radio, tv satellitare, lettore dvd, frigo, bollitore, tavolino per prendere il the coi biscotti, servizio da the, maxi armadio con maxi specchi (dimagranti, mannaggia a loro). Insomma, una piccola reggia. Con l'insignificante, piccolo particolare di trovarsi nel piano mansarda, ovvero con due velux come unica apertura sul mondo esterno. Che, con mezzo metro di neve sul tetto, non sono proprio la cosa più comoda del mondo.

Ho passato intere settimane al buio, perchè le finestre erano sommerse dalla neve.
Aprirle per cercare di sbattere giù il soffice manto bianco poteva significare:
  • nel migliore dei casi, trovarmi la stanza inondata di neve, trasformando la moquette verde acqua in una spugna pantanosa;
  • nel peggiore, il congelamente delle guarnizioni della velux, la conseguente impossibilità di richiudere la finestra, indi la mia morte per assideramento.
 
Gesto temerario: quando aprii la finestra

Alla mia ingenua domanda se non ci fosse un modo per evitare conseguenze così drastiche e riuscire quanto meno ad arieggiare la mia tanaper 5 minuti al giorno, le signore delle pulizie mi avevano risposto, con la consueta buona grazia e cortese garbo che contraddistingue le ladies polacche di mezz'età, con un insindacabile, secco e perentorio NIE (=no).

Per non parlare di quella volta che, sempre causa freddo, si erano gelate le tubature del riscaldamento, per cui i miei due potentissimi caloriferi in ghisa sono rimasti freddi e inermi come due stoccafissi per 36h, trasformando la mia stanza in una specie di igloo con la moquette. Che probabilmente la famosa villa di Yuriatin del mio adorato Dottor Zhivago era più calorosa.


O di quella volta che, appena arrivata in stanza, mi sono trovata in mano una bacchetta da rabdomante rigida come il legno, invece degli auricolari del lettore mp3: si erano completamente congelati nei 10 minuti di strada dalla stazione della metro.
O di quando ho provato l'ebbrezza del congelamento su quei 10cm delle mie gambe che avanzavano fra il pelo degli stivali e l'imbottitura del piumino, pur coperti da doppia calza di lana e jeans.

Ecco perchè, a me, la neve non provoca aulici sentimenti, nè sensazioni di pace e armonia con il cosmo, tanto meno poetiche immagini di fiocchetti ballerini che cadono danzando dal cielo.

Al contrario, mi ricorda irrimediabilmente del mio interminabile inverno polacco.


domenica 10 marzo 2013

VENEZIA, unica e intramontabile




Ieri sono stata in gita a Venezia.
Ho calcolato che fosse almeno la settima volta che ci andavo, per cui nulla di nuovo. Ma ogni volta che ci metto piede, non posso fare a meno di meravigliarmi di quanto sia incredibile. Meravigliosa.
Venezia è uno di quei posti straordinari che tutto il mondo ci invidia, e a ragione. 
Mi ritengo davvero fortunata di avere la possibilità di andarci così facilmente e a basso costo (dalla PCBP sono poco meno di tre ore, per cui ho quasi sempre fatto sortite in giornata e, quelle volte che mi sono fermata a dormire, ero ospite di amici), e di potermela godere così tanto ogni volta, come se fosse la prima. Anche a questo giro è stato bellissimo perdersi per vicoli e calle, andare su e giù per ponti e ponticelli, sbucare all'improvviso su deliziosi canali e piazzette d'altri tempi.
Inoltre, è stata un'ottima occasione per fare un po'di esercizio con la macchina fotografica, visto che da un paio di mesi mi sono finalmente decisa ad iniziare un corso. Devo ammetterlo: fare foto decenti è mooooolto, ma moooolto più difficile di quanto avessi mai pensato. Delle 200 foto scattate ieri, se ne salvano a malapena un terzo. E non è che fosse colpa del soggetto o della luce. E' vero, la giornata non era smagliante, ma ho optato per un bianco&nero (che comunque 'fa figo' e risolve un sacco di problemi tecnici).
Al momento sto usando una bridge di qualche annetto fa, il che non è il massimo perchè tante cose non le posso fare come vorrei (ma non per questo mi giustifico).
Intanto mi esercito, col progetto di investire quanto prima i miei ultimi risparmi in una reflex, quantomeno decente.
Quale scusa migliore, quella della fotografia, per poter riprendere la valigia e tornare a veleggiare verso lidi lontani?!
Canal grande

Rialto

Basilica di S. Marco


Caffè Florian

San Marco

Palazzo del Doge


Verso la Giudecca

Ponte dei sospiri

Noleggio gondole, hotel Danieli

Gondoliere biondo

Sulle scale della Fenice

Dalla Giudecca



Francesco Guccini, Venezia

lunedì 4 marzo 2013

GODOT, maledetto che non arrivi



Avevo iniziato un altro post, sul proseguio delle mie disavventure africane. Un po' perchè ultimamente mi sono ritrovata a spulciare foto dell'Africa per la onlus con la quale collaboro (gratis et amore dei, ovviamente), e mi è venuta nostalgia di quell'esperienza straordinaria. E un po' perchè mi sembrava di  star scivolando troppo verso la mia consueta abitudine al 'tiraggio pipponi', quando invece, nelle mie intenzioni originarie, questo blog voleva essere un canale di raccolta di storie e disavventure 'nel villaggio globale', passate e (si spera) future. E la PCBP dove mi trovo ora è solo un villaggio, per nulla globale.
Anyway.
Un paio di settimane fa ho fatto un colloquio per un lavoro che mi avrebbe fatto tornare a Bruxelles. Ad 'appena' tre mesi dall'invio del curriculum, ero riuscita ad approdare allo step finale, il colloquio live.
C'erano tutti gli ingredienti per il colpo perfetto:
  • segnalazione 'interna' avuta da un'amica che lavora nel settore, quindi invio del CV prima ancora che la vacancy fosse pubblicata su internet (che poi infatti non è mai stata pubblicata);
  • superata brillantemente la prima scrematura su CV e motivazioni scritte: rimaniamo in 7;
  • primo colloquio conoscitivo telefonico che va alla grande, grazie a dritte e consigli della suddetta amica: rimaniamo in 5;
  • colloquio di persona liscio come seta, quasi una chiacchierata, tranquillo e oserei quasi brillante;
  • gender balance a mio schiacciante favore (su 4 effettivi, 3 sono uomini: io ci sarei stata come un fiorellino di campo in una serra di cactus);
  • nazionalità vincente (gli italiani hanno -stranamente- una fortissima partecipazione nell'associazione, e nessuno dei 3 effettivi sa manco ordinare un espresso al bar);
  • referenze cazzute (lettera firmata da un pezzo grosso, più la mia ex supervisor che è stata anche mia coinquilina, per cui non può che adorarmi).
Ecco, gli ingredienti c'erano tutti. Ma il panettone non ha lievitato.
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