lunedì 27 gennaio 2014

Il cavallo di razza

[Premessa: GRAZIE a tutti quelli che sono passati di qua per il mio compleanno. Risposta collettiva, ma davvero grazie di cuore a tutti. Sono stati dei festeggiamenti bellissimi: amici di vecchia (anche vecchissima) data assieme ai più recenti, tutti assieme per la sottoscritta. Regali fatti col cuore e pensati apposta per me. Mi sono sentita davvero privilegiata, fortunata e speciale (e no, non erano colpa dell'alcol), ad essere circondata da così tanto affetto e amicizia, ma dove me li merito tutti questi Amici splendidi?]

Ma a questo giro niente panegirici e melensaggini sul valore dell'Amicizia. Si parla di cavalli di razza e di Ferrari per andare a fare la spesa.

Come molti di voi sapranno, fra un paio di mesi mi scade il contratto e sarò di nuovo disoccupata, senza possibilità di redenzione. Che si sapeva fin dall'inizio, ma sai, uno fa sempre finta di niente e cerca comunque di godersi quella parvenza di vita normale che gli è concessa, dopo mesi interminabili di baratro nero della disoccupazione fetente.
Inutile dire che mio padre invece mi ricorda ogni nanosecondo che devo cercare (e trovare) lavoro, con una cadenza quasi asfissiante, fonte di infermità ulcerose in periodo natalizio. Da buon genitore italiota di unica figlia femmina di un paio di generazioni fa, cerca in tutti i modi di darmi una mano. Ovvero di farmi andare a mendicare parlare con suoi vecchi conoscenti ancora lavorativamente attivi perchè mi spalanchino le porte del sapere e di un lavoro brillante. Cosa che, manco a dirlo, io detesto dal profondo dell'anima. Ma fra l'umiliazione cocente della sottoscritta e sfiorare il colpo apoplettico del genitore ansioso io, che sono una debole, dopo urla, incazzature e strepiti finisco per piegarmi e mi presento agli imbarazzanti appuntamenti che mi fissa il genitore. Dovendo anche fingere reverenzialità  e interesse per le banalità in carta bollata che mi vengono elargite.

martedì 14 gennaio 2014

Cambio cifra, cambio paradigma, cambio prospettiva...happy birthday to me


Scrivo queste righe nella mia ultima ora da ventenne.
Cazzo.
Domani mi sveglio e ho 30 anni. TRENTA.
Un'età che da adolescente/ventenne ci pensi sempre come a qualcosa di lontano e remoto, ma sì un giorno ci arriverai e ti sarai sistemato, avrai messo la testa a posto...macchè. Ma non sono qui a fare un discorso strappalacrime sull'età che avanza e io sono sempre senza arte nè parte, niente casa niente marito niente figli (fra poco) niente lavoro, no no.
Sono qui perchè sono felice di compiere 30 anni e lo voglio dire a tutti, anche alla blogosfera. 
Alla faccia della precarietà, della singletudine (...) e della crisi.
E ringraziare per gli splendidi 20 che ho avuto.
Perchè a 20 anni tutto è ancora intero, a 20 anni è tutto 'chi lo sa'...diceva qualcuno.

giovedì 2 gennaio 2014

ODE TO JOY



Le nostre chiacchiere del giovedì mattina ormai sono diventate un appuntamento fisso.
Io abbandono momentaneamente il mio cazzegg lavoro davanti al pc e ti chiedo come stai, mentre tu vai avanti distrattamente col tuo lavoro. Meccanicamente, un po'svogliata. Quando hai voglia di parlare sei loquace e sorridi alle mie osservazioni buffe, ridendo con la tua voce un po'roca e con un luccichio che passa dietro ai tuoi occhi scuri.

Mi hai presa più in simpatia da quando ho iniziato a parlarti in inglese: nonostante i tuoi 20 anni in Italia, con la nostra lingua fai ancora fatica. L'inglese invece ti è familiare e ti ricorda la tua casa lontana, quel Paese dove, se va bene, riesci a tornare una volta ogni 2/3 anni. Povero, corrotto, marcio e sfruttato, ma che è e rimarrà sempre casa, la tua casa dove, nonostante tutto, speri un giorno di poter tornare a vivere in serenità, col frutto di tutti questi anni di lavoro. Me lo racconti ogni giovedì.

Non sempre ti ho vista sorridere in questi mesi. 
Ti ho sentita stanca perchè il tuo capo ti fa correre da un lato all'altro della città, facendoti uscire di casa col buio e rientrare la sera tardi, sempre per lo stesso misero stipendio. 
Ti ho vista amareggiata, quando mi raccontavi della gente che per strada non ti saluta, nonostante tu ci abbia lavorato assieme per anni.
Ti ho vista ferita e piena di astio contro il Direttore del Centro qui sotto. Ti sei sfogata, raccontandomi di quando l'anno scorso ti ha buttata fuori di casa. Diceva che il tuo appartamento gli serviva per farci un ufficio, poi hai scoperto che l'ha solo rinnovato per affittarlo a qualcun altro. Il peso del sospetto sul tuo compagno, per quei soldi spariti dalla cassaforte, è stato più forte degli anni in cui hai sempre lavorato qui.
Ma ti ho anche vista ridere e ironizzare con tanto senso dell'umorismo sul fatto che, se decidessi di andare per la strada (come tanti del resto si aspettano, da una nigeriana come te), guadagneresti meglio e poi, ti divertiresti sicuramente di più.
 
Ogni volta mi parli di tua figlia, che è rimasta nel tuo Paese. Mi hai raccontato di come l'hai avuta a 17 anni, di suo padre che non l'ha mai voluta vedere e, quando ha saputo che eri rimasta incinta, ti ha spinta giù per le scale per liberarsi di te e di lei. Di tua madre che, vedendoti tornare a casa in lacrime e col ventre gonfio, ti ha abbracciata e ti ha detto di tenerla, che ci avrebbe pensato lei a crescerla.
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